Crisi di Governo o crisi di visione?

Autogoverno come emancipazione e libertà

Crisi di Governo o crisi di visione?

Crisi Governo Visione

Tra cinguettii su Twitter e dirette Facebook si consuma una delle più assurde crisi di Governo mai viste in Italia.

A tenere banco è la tattica dei rimpasti anziché le misure da mettere in campo per cercare di dare una “raddrizzata” ad una barca che fatica a tenere la rotta.

La crisi stessa (il che la rende ancora più assurda) è guidata dalla logica della “lottizzazione” delle poltrone. L’obiettivo, nemmeno troppo celato, di Salvini era quello di andare al voto per trasformare in seggi il consenso che gli attribuiscono i sondaggi. Con il passare dei giorni, però, una maggioranza alternativa tra PD e Movimento 5 Stelle è diventata sempre più concreta. Questa svolta ha fatto incartare Salvini, che è sembrato tornare sui suoi passi cercando una riconciliazione con il Movimento. Offerta respinta.

Uno spettacolo deprimente a cui nessuno vorrebbe assistere. La politica sembra piegata su sé stessa. Sorda alle istanze dei cittadini e miope rispetto a un futuro che sarebbe chiamata a progettare.

Le agende politiche lasciano spazio a facili slogan e a logiche di spartizione del potere. Contestualmente il Bel Paese continua -come su un piano inclinato- la sua discesa verso il basso.

I grandi temi passano in secondo piano rispetto alle tattiche partitiche e si rischia di costruire programmi incoerenti e poco pregnanti di significato.

Tra i grandi temi, quello dell’ambiente è il grande assente dal dibattito politico (se non per qualche timido e insufficiente accenno da parte del segretario PD, Zingaretti). D’altronde, in Italia, la questione ambientale non è mai riuscita ad imporsi seriamente. Assimilata al ruolo di strumento di protesta ha finito per essere percepita come continuo ostacolo ad ogni ipotesi di sviluppo.

Così, tutte quelle istanze politiche che dovevano farsi carico del degrado del territorio, dell’inquinamento di aria e acqua, della qualità di ciò che mangiamo e beviamo sono state confinate nel folclore ambientalista e movimentista. L’Italia è rimasta il paese dei palazzinari che fabbricano in modo incontrollato, delle colate di cemento sulle coste e degli scarichi inquinanti.

Considerando che la nostra penisola è uno dei Paesi a maggiore rischio sismico del Mediterraneo possiamo solo immaginare a quali rischi stiamo esponendo i cittadini italiani.

Forse sarebbe in questo che bisognerebbe dimostrare che ci sono “prima gli italiani”. I terremoti negli ultimi quarant’anni hanno causato danni stimati in oltre 160 miliardi di euro. A ciò si devono aggiungere le gravi conseguenze sulle persone e sul patrimonio storico, culturale, turistico. Queste sono le vere emergenze da risolvere per davvero. Prioritarie rispetto a tutto il resto. Questo significa davvero “difendere l’Italia e gli italiani“.

Potrebbe sembrare a qualcuno che richiamare la necessità di un cambiamento profondo nel bel mezzo di una crisi (non solo economica) sia un lusso “snob” ma non è così.

Per salvarsi bisogna guardare lontano (l’addio al ghiacciaio Okjokull in Islanda la dice lunga).

La politica deve smettere di prendere decisioni per il facile consenso di oggi, scaricando sul domani debiti, dissesto idrogeologico e inquinamento. Ingabbiati nella prospettiva di breve periodo e del populismo stiamo, ancora una volta, gonfiano il debito del Paese con la speranza che qualcuno, domani, troverà il modo di pagarlo. Rinviano la cura dei territori sperando avvengano più in là nel tempo. Lasciano che l’abusivismo dilapidi il territorio dissipando un capitale che non si potrà più recuperare.

Di fronte alla sempre più chiara urgenza di intervento, la sfida ecologica impone un ritorno alla vera politica (quella con la “P” maiuscola). Purtroppo in Italia è difficile pensare a un simile paradigma se qualcosa non cambierà davvero.

Gli obiettivi della politica hanno, da decenni, le gambe corte. Per il politico italiano medio i progetti si spingono al massimo fino all’orizzonte delle prossime elezioni, perché i risultati si devono vedere subito e portare consenso immediato. Possibilmente al ritmo di un “tweet” o di un “post” Facebook.

Una tendenza, questa, che ha visto in Berlusconi, Renzi e Salvini i suoi massimi esponenti: messaggi politici relegati a manciate di caratteri e facili slogan veicolati attraverso i Social Network su “pareti” lavabili e attraverso cui si può dire tutto il contrario di tutto approfittando della velocità intrinseca che caratterizza questi strumenti e che permette la “sovrascrittura” concettuale di qualsiasi cosa.

La prevenzione, lo sviluppo sostenibile necessitano invece di una strategia a lungo termine. Prevenire i problemi significa investire sulle nuove generazioni e pensare al retaggio che, come società vogliamo lasciare ai nostri giovani.

Per loro natura i risultati di tali politiche sono lenti, perché il luogo dell’efficacia è il futuro e non l’immediato oggi. Forse è questo che piace poco al politico italiano.

Un altro aspetto fondamentale per la salvaguardia del territorio è il rispetto delle regole: la tutela dell’ambiente consiste anzitutto nel fissare regole di uso dei beni comuni e nel farle rispettare. La riconquista del territorio diventa quindi anche riconquista del valore positivo della legalità e della coerenza. Esattamente il contrario di quanto propone la politica attuale, che passa da un’emergenza all’altra, facendo prevalere la necessità urgente alla serena forza delle regole e della coerenza.

Da questo punto di vista il concetto di Autonomia dei territori assume un ruolo importantissimo. L’autonomia delle piccole realtà in cui vive e lavora la gente, gestita da amministratori vicini e controllabili che raccolgono e redistribuiscono le risorse investendo sulla salvaguardia del territorio in cui vivono. Un autonomia capace di riattivare la partecipazione e la solidarietà fra le persone.

L’autonomia non ha nulla a che fare con il progetto leghista. Non è l’autonomia del più forte che trattiene per sé tutto quello che può, ma è l’autonomia di chi capisce che in questo mondo siamo tutti interdipendenti.

Tutti liberi, ma consapevoli che la nostra libertà è garantita dallo stare insieme e mettendo a fattor comune le nostre forze: una delle quali è lo splendido territorio in cui viviamo.

Se sapremo andare in questa direzione sono certo che riusciremo a proporre un nuovo modello di Paese nel quale gli italiani potranno tornare a credere.

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2 risposte

  1. annibale salsa ha detto:

    Ottima riflessione che affronta in modo realistico tutti i problemi di un Paese in crisi profonda di idee. Occorre ritornare a pensare da uomini liberi quali erano i montanari delle nostre Alpi che hanno saputo conservare un ambiente ed un paesaggio di qualità senza abbandonarsi ai proclami di un ambientalismo all’italiana fatto di dinieghi e ideologismi, ma lontano dall’ambiente reale e da una sua necessaria tutela attiva. Si può ancora sperare in una palingenesi?

  2. Riflessione condivisibile in toto ma parziale. Manca una proposta concreta e possibile. L’autonomia è uno strumento che anche in Trentino è in mano agli uomini politici che tu hai ben analizzato, non siamo diversi. Dovresti mettere in primo piano il pensiero di Degasperi e riflettere se anche da noi i nostri politici lo hanno disatteso.

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