Italia: la più “ignorante” d’Europa!

Autogoverno come emancipazione e libertà

Italia: la più “ignorante” d’Europa!

Ignoranza

Nell’immaginario collettivo si sta consolidando l’idea che persone senza preparazione o senza alcuna esperienza lavorativa possano tranquillamente gestire il Paese.

Il sistema sembra trovare conforto nell’equazione che vede l’ignoranza quale elemento di innocenza e l’esperienza quale elemento di inganno.

Irene Tinagli, nel suo libro “La grande ignoranza”, riassume efficacemente il fenomeno con la frase

“Ci siamo assuefatti a un linguaggio sgangherato, all’ignoranza confusa per spontaneità e vicinanza al popolo (…) Ci hanno fatto credere che con l’ignoranza al potere si potesse trovare una scorciatoia e dare un colpo alle élite, agli intellettuali e ai poteri forti”.

A tutto questo si aggiunge un dato allarmante. L’Italia risulta essere il Paese più ignorante d’Europa!

Va subito chiarito che la parola “ignoranza”, in questo contesto, non è strettamente legata al livello di istruzione quanto al rapporto che le persone hanno su problemi chiave della società in cui vivono.

A stabilirlo è l’annuale classifica di IPSOS Mori che pone l’Italia al primo posto in Europa nella “misperceptions”, ovvero nella “percezione errata”. Un primato a cui avremmo rinunciato volentieri.

La ricerca avviene somministrando a 11.000 persone delle domande allo scopo di capire la loro percezione della realtà su determinati argomenti.

Più la percezione è distante dalla realtà dei fatti e maggiore è il grado di ignoranza di un popolo.

Le domande spaziano dai temi dell’immigrazione a quelli del terrorismo per arrivare al tema dei vaccini e via discorrendo. Tutti temi “politicamente forti” e in àuge nel dibattito politico ma rispetto ai quali, gli italiani, hanno dimostrato di possedere una visione molto distorta.

Gli italiani pensano, ad esempio, che il 49% della popolazione in età lavorativa sia disoccupato, quando il dato reale era, al momento della rilevazione, al 12%. Crede che il 30% della popolazione sia composta da immigrati quando invece è il 7%. Immagina che il 35% degli italiani sia affetto da diabete, quota che invece si attesta al 5%.

Ma come è possibile tutto questo?

In gran parte dipende dall’ecosistema dell’informazione che, attraverso i social, ha profondamente mutato la sua stessa natura e la nostra capacità di comprendere e valutare le informazioni che ci arrivano.

I social sono infatti divenuti la principale fonte informativa per moltissime persone. A farne le spese il giornalismo classico che, seppur con i limiti del caso, offriva (e offre) un’informazione autorevole, veritiera e verificata da professionisti. Attraverso i social, al contrario, qualsiasi notizia vera o falsa che sia, viene veicolata e condivisa senza verifica ma sull’onda emotiva dell’utente che la legge.

Questo ambiente favorisce l’ascesa dei politici-performer, capaci di interpretare emozioni più che classi sociali, stati d’animo più che programmi di governo.

Leader politici che pubblicano foto con pane e Nutella, con un bimbo in braccio, in mezzo alla campagna. Immagini che fanno presa sull’utente perché fanno sembrare il “personaggio” più vicino ai cittadini che vorrebbe governare ma che nulla dimostrano della competenza del politico divenuto, nel frattempo, star del web più che uomo di governo.

Si presenta poi un secondo problema.

Oggi vi è la convinzione che avere a disposizione maggiori informazioni significhi automaticamente capire meglio ciò che accade attorno a noi. Niente di più falso!

I nostri nonni contadini non avevano accesso alla mole informativa oggi disponibile ma erano attori protagonisti nella Comunità in cui vivevano. Questo permetteva loro di capire il mondo in cui vivevano con assoluta certezza e consapevolezza.

Ma allora come si esce da questa palude cognitiva?

L’emarginazione dalle decisioni politiche, accompagnata dall’incertezza verso il futuro, ha prodotto nella popolazione sensi di rabbia confusa e autolesionista.

I cittadini che si trovano in difficoltà si appigliano alla narrazione di politici che, anziché offrire prospettive, materializzano spauracchi e capri espiatori. Cercano una narrazione che dia un senso al declino generale che gli viene offerta da questi “dispensatori di tossine e false notizie” che avvelenando la percezione degli italiani con l’obiettivo di distogliere il Paese dalla diseguaglianza economica e fornire all’elettorato arrabbiato una comodo colpevole.

Fortunatamente una parte di popolazione sta controvertendo questo status quo cercando forme di partecipazione “alternative” (e quindi di presa di coscienza) attraverso forme di movimentismo. Se da un lato la partecipazione più “classica” sembra essere sopita, dall’altra crescono i movimenti spontanei, civici e nati attorno ad argomenti forti (e non a slogan gridati).

Uno degli esempi più belli di mobilitazione è quello dei giovani per affrontare il problema del cambiamento climatico.

Questi movimenti sono il segnale di un futuro in cui porre la nostra fiducia e che ci dimostra che ignoranza politica e fake news sono i sintomi e non le cause della crisi della democrazia rappresentativa.

Una crisi che può essere superata solo con una nuova visione e una nuova fase di attivismo politico.

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