Autonomismo non deve fare rima con passatismo

Autogoverno come emancipazione e libertà

Autonomismo non deve fare rima con passatismo

Walter Pruner

I due interventi del 3 e 18 aprile scorso, a firma rispettivamente di due Presidenti del Patt, di quello attuale, Franco Panizza, e di quello che lo fu 23 anni fa, Franco Tretter, portano al centro il sentimento della nostalgia rivendicativa. Una sconsolata malinconica retrospettiva, rivolta ad un orgoglioso passato autonomista, al quale dobbiamo riconoscenza, rispetto e ringraziamento, ma non quello pre agonico.

Non credo abbia senso, seppur umanamente comprensibile, una pubblica disfida generazionale tra chi si reputa aver meglio declinato nel tempo il concetto di Autonomia. L’ Autonomismo trentino ha contribuito al bene della nostra Terra e come altre forme di pensiero è stato avversato, approvato, riconosciuto, misconosciuto, secondo criteri e tempi scanditi dalla storia e sul cui giudizio solo la storia terza e non quella autocertificata potrà emettere sereno verdetto.

Girando il Trentino e frequentando i territori a maggiore vocazione autonomista trovo molto spesso il ricordo popolare intenso dei Fedel, dei Casagranda, dei Maffei, dei Chiocchetti e di quei tanti altri valorosi autonomisti di cuiTretter, dolendosene, scrive “Perchè noi ricordiamo solo Enrico Pruner e non appunto questi?” Ma, intanto e molto semplicemente perché alcuni di costoro sono, fortunatamente, ancora viventi; poi perché se a più di trent’anni dalla scomparsa il nome di Enrico Pruner é ancora fortemente evocativo, forse la compensazione postuma, che non può essere una colpa, ne ridefinisce attualità di visione; di questo, trascorso oltre un trentennio, spiace se i protagonisti di allora non se ne sono fatti ancora una ragione. Il valore dell’uno non é concorrente ma solo diverso rispetto a quello di altri validi Autonomisti che hanno anch’essi, nella loro originalità, sognato e pensato l’Autonomia della nostra Terra.

Col passatismo possiamo anche crogiolarci e consolarci, ben consci però che in tal modo si rinuncia al senso di prospettiva, in favore di un modello liquidatorio e sterilmente rivolto al passato; esso si traduce nel reducismo storico, utile più ai consuntivi che alle proiezioni. E’ per questo che ho desiderato sommessamente inserirmi in coda ai due stimati interventi, che trasudando di nostalgia per i tempi che furono, ognuno con legittime accentuazioni di parte, sottintendono una sorta di esaurimento della vena autonomista, della quale invece vi é fortemente bisogno. Una vena rigenerata che non si confonda con la nostalgia e che non traduca quest’ultima in sinonimo di radici. La nostalgia é un ricordo, utile, didattico, una orgogliosa fotografia; le radici vivono, producono e rimandano tutti indistintamente ad un impegno e non ad un atto di diserzione specie in tempi di conflitto.

La natura dei tanti momenti nei quali gli Autonomisti hanno rotto la propria unità a vantaggio di velleitarismi solitari sta nel ritenere il pensiero autonomista un unicum interpretabile in forma esclusiva all’interno di un confine rispetto al quale sei di qua o di là, con me o contro di me. Ritenere ancora oggi, a distanza di trentadue anni dalla storica ricucitura della diaspora autonomista nello storico Congresso fondativo del Patt di Riva del Garda del 1988, che si possa produrre un unico movimento autonomista sulla base di una mera buona volontà aggregativa personale di singoli, è nobile, ma significa semplificare un processo che è facile, ma non semplice. Facile perchè accorpare quattro o cinque capi corrente attorno ad un documento richiede uno sforzo limitato.

Non semplice perchè un processo tanto indispensabile quanto complesso come questo richiede la rimozione di quel confine di cui sopra. Richiede ammettere che un Movimento autonomista e popolare nel terzo millennio deve riuscire a fare convivere al proprio interno una comunità sbarrierata, priva di scomparti ma ricca di vasi comunicanti. Non capirlo vorrebbe dire garantire certa volatilità ad un progetto sommatorio di criticità anziché aggregativo di diversità.

Sentiamo la necessità forte proprio in questa epoca di immensa crisi, non solo “virale”, di portare al centro un soggetto, il soggetto: questo é il pensiero; che non può essere solo bianco o rosso, ma grigio, giallo, o verde, come le tinte del quadro autonomista merita per non sfiorire nella galleria dell’ isolazionismo monocromatico. L’entrata in campo di tutti gli elementi in grado di trasformare una crisi epocale in scontro sociale ci sono tutti. Ciò non significa ovviamente che la compresenza di benzina e fuoco si trasformi per forza di cose in incendio, ma deve farci prevenire livelli di indeterminatezza e rischio che la nostra Terra non merita.
L’idea del pensiero unico come pensiero forte è l’opposto di ciò che un autonomista deve augurarsi.

L’insieme di sensibilità autonomiste, di cui probabilmente si percepisce la fervida produzione in interventi che stanno sui balconi delle sedi dei partiti, più che al loro interno, devono poter trovare soddisfazione e fiducia in una cabina di regia prossima futura. Prima che le scommesse non solo perse, ma a volte neanche giocate, ci privino della opportunità di un progresso originale per la nostra Comunità.

Partendo proprio da un banco di prova concertativo indispensabile in questa fase, tra tutte le forze chiamate nella sala di terapia intensiva dell’Autonomia. Non é sufficiente un patto di non belligeranza tra maggioranza e minoranza, ma un patto di sinergia partecipativa a guida politica, tra tutti gli attori più illuminati, perché a brillare siano le ricadute sulla popolazione e non le cadute dell’ uno o dell’altro mariuolo di partito.
Da questa Costituente autonomista sul campo di crisi i più sensibili orchestrali possono davvero gettare basi importanti non per un unico concerto, ma per una orchestra davvero unica, di cui il Trentino si sente necessitato. La Comunità oggi non può permettersi divisioni, egoismi o di correre in ordine sparso: la Terra, la Natura stessa ce lo stanno ribadendo in questi mesi, chiedendo rispetto e sembrandoci dire che il pianto di Codogno vale il pianto di Milano, senza distinzione di latitudini o grandezze.


Walter Pruner

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